Agnesetta e la sua amorosa vicenda

Agnesetta, pietra incisa
Agnesetta, pietra incisa

Come il buon domestico al suo padrone, fu fedele Agnesetta al suo amore.
Quando questa leggenda mi fu narrata, io non ho potuto far a meno di paragonarla ad una ballata  dall’andamento ingenuo, triste, ma mai disperato che è una caratteristica delle «arie antiche». Ascoltate.
A Desate, una frazione situata sopra un’altura sovrastante il paese di Rosazza (‘), viveva nel 1638 la bella e mite Agnesetta. Essa era bionda, rosea, agile.
Passava le sue giornate fra le occupazioni casalinghe, i lavori dei campi e la preghiera. Era paga  della sua semplice vita, circondata dall’affetto dei suoi cari, trascorsa lassù sull’alpe fiorita e ridente nella bella stagione, impervia ed austera nell’inverno, ma sempre avvincente, sia che il sole  l’avvolgesse del suo caldo abbraccio o la bufera le flagellasse i fianchi scoscesi.
Era paga delle pure gioie che si offrivano alla sua giovinezza, e, di tutto ciò che accadeva laggiù nel mondo: dei suoi desideri folli, delle sue passioni torbide e delle sue ire tremende, come dei suoi infiniti dolori, nulla sapeva.
Eppure i tempi volgevano tristi. L’esercito piemontese, unito a quello spagnolo, combatteva contro i francesi. Avvenne che l’eco giunse fino lassù nel rifugio verde dell’alpe, a Desate, oltre che a  Rosazza ed a tutti i paesi dei dintorni di Biella.
Fu come un fulmine a ciel sereno.
Il governo piemontese emanò un decreto che imponeva ai valligiani di fornire i prodotti della terra, in una stabilita razione per ogni prodotto, e per ogni membro della famiglia, agli eserciti piemontesi e spagnoli accampati a Gattinara, Trino e Crescentino.
Agnesetta e la sua famiglia con a capo il padre Eusebio partì da Desate che ancora non albeggiava: triste partenza in quel mattino piovigginoso che avvolgeva i cari e noti luoghi di un funebre manto di tenebre appena fugate malamente dalla debole ed oscillante lanterna ad olio che ognuno recava.
Agnesetta, come tutte le creature sensibili, sentiva tremare nel cuore il presagio di qualcosa che le dovesse accadere! Ed il cuore le doleva, ma essa non sapeva bene se di sofferenza o di letizia, forse dell’una e dell’altra cosa insieme, poichè nell’estrema giovinezza talora, la gioia si colora di  malinconia.
Giunti che furono ad Andorno ognuno della famiglia ebbe il salvacondotto per il campo spagnolo di Trino. Via, via, e non era certo breve il cammino contadini nei cascinali ed i paesani in genere, avevano l’obbligo di ospitare gitanti, e non è a dire quante cute ed attenzioni usassero ad Agnesetta, inteneriti dalla sua giovane età e dalla sua bellezza. Giunsero a Trino, dopo alcuni giorni di viaggio, che annottava.
All’accampamento tutti i fuochi erano accesi ed attorno ad essi i combattenti bivaccavano e si preparavano il rancio. La scena che si offrì agli occhi dei valligiani aveva un che di fantasmagorico,  con tutti quegli uomini dal volto rude illuminato sinistramente dalla fiamma rossastra dei fuochi e dalla luce vacillante delle torce fumose, quasi fosse una viva e mobile ricostruzione di un quadro di Gherardo Delle Notti.
ll bivacco aveva indotto soldati ed ufficiali a mangiare abbondantemente (l’aria d’attorno era graveolente di carne abbrustolita e di grassume) ed a bere oltre misura, ed accadde quindi che un ufficiale spagnolo, che più degli altri aveva vuotati boccali su boccali del potente vino del  Monferrato, fosse preso da improvviso e torbido desiderio per la bellezza della giovinetta e cercasse con minacciosi atti e parole, d’impadronirsene.
I familiari atterriti, cercarono invano di opporsi, ma furono ricacciati brutalmente.  Allora un bel giovane, un ardito ufficiale piemontese, si fece avanti e riuscì a sottrarre Agnesetta dall’imminente pericolo che la minacciava.
La storica leggenda tace il nome di questo cavaliere «senza macchia e senza paura», ma si ha ragione di credere per alcuni dati, per quanto imprecisi, che appartenesse a famiglia nobile della nostra regal Torino.
Giudicando il gentiluomo, insieme al padre ed ai fratelli di Agnesetta, pericoloso per la fanciulla tornare indietro insieme a loro, l’accompagnò quella notte medesima in un convento nello stesso paese di Trino ove era Badessa una zia di lui.
Colà ella trascorse alcuni giorni, pregando Dio per i suoi cari, perché potessero avere un felice ritorno per quelle strade allora disagevoli e pericolose.
Di tanto in tanto il giovane ufficiale visitava la sua protetta ed ogni volta rimaneva maggiormente avvinto da quella ingenua grazia, dalla gentilezza del suo animo e da quel suo volto mirabile  nimbato dalla folta chioma bionda che la faceva apparire simile ad una madonnina del Lanino, e lei lo amava per l’ardimento e la generosità con la quale l’aveva salvata e per tutta la devozione e l’affettuosa gentilezza che le dimostrava, per la sua bellezza e la sua bontà.
Cosi era fiorito e si svolgeva l’idillio che, sbocciato all’ombra conventuale, sotto il benevolo sguardo indulgente della buona Badessa, aveva qualcosa di mistico e doveva rimanere nella mente e nel cuore della giovane Agnesetta come il più delizioso periodo della sua vita, vissuto quasi in stato di grazia.
Intanto però urgeva riaccompagnare la giovanetta al suo paese.
L’ufficiale, insieme al suo fedele scudiero, decise di farle scorta sino a Desate.
Appianata dall’amore ogni disuguaglianza sociale, i due giovani pensavano di sposarsi non appena fosse giunta una tregua d’armi.
ll ritorno fin dall’inizio non fu scevro di incidenti. Una volta corsero serio pericolo di essere  imprigionati da una banda di saccheggiatori nemici ai quali riuscirono a sfuggire travestendosi da Lanzichenecchi. Ciò non impediva ai due fidanzati uniti dalla loro reciproca tenerezza di essere lieti.
Gli eventi precipitavano, e per via l’ufficiale ricevette un messaggio che lo invitava ad assumere col grado di Capitano la difesa del castello di Lignana nei dintorni di Vercelli, assalito d’improvviso dai francesi. Essi deviarono dal loro itinerario e si portarono là ove il capitano era chiamato dalle  vicende delle armi.
Giunto al castello insidiato, l’ufficiale lo mise in istato di difesa, ed i francesi, dopo qualche  archibugiata, furono sgominati, ma il prode gentiluomo piemontese cadde mortalmente ferito.
Per sempre rimase nella memoria di Agnesetta quella triste sera nella quale il suo fidanzato le fu recato morente e la veglia notturna in quella vasta camera del castello ove egli giaceva su di un improvvisato letto da campo.
Nell’ora estrema, mentre la morte già velava le pupille del ferito, i due giovani si scambiarono il loro primo, purissimo, ardente bacio, reso sacro dalla maestà della Morte. Ed ella serbò il ricordo di quel bacio racchiuso nel suo cuore virginale, come in un reliquario, per sempre.
Prima di morire il gentiluomo affidò ciò che di più caro lasciava sulla terra, la giovane Agnesetta, al suo scudiero perchè la scortasse fino alla casa, nel suo paese… E Desate la vide tornare, non molto tempo dopo la sua partenza, tanto, ma tanto mutata!
L’acerbo dolore che era passato su di lei come raffica sconvolgente l’aveva ad un tratto maturata.
Sgombrata la mente da ogni desiderio terreno, rivolto l’animo a Dio ed al suo caro estinto che, ella ben sapeva, l’aspettava nell’aldilà, ove sarebbero stati uniti nelle incorruttibili nozze celesti, visse il resto dei suoi giorni nel lavoro e nella preghiera, e si spense poco più che ventenne in un tramonto di primavera, profumato di viole e di biancospini, nell’ora in cui sotto un cielo di turchese le pie campane cantano l’Ave Maria.

Virginia Majoli Faccio
“L’Incantesimo della Mezzanotte”
per gentile concessione di
Edizioni “Ieri e Oggi” Biella

Agnesetta, pietra incisa seconda parte
Agnesetta, pietra incisa seconda parte

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