I SABBA: le masche del Pian d’Irogna

I Sabba delle Masche
I Sabba delle Masche

SABBA DI MASCHE NEL BIELLESE

Svariati sono i paraggi indicati un tempo come luogo per il cupo sabba delle masche.

Uno di questi sarebbe il Pian d’Irogna, sopra Piedicavallo, che mi richiama il «sabba della notte di Valpurga» di Goethe: «È questa una notte in cui streghe, stregoni e spiriti demoniaci si danno convegno sul Brocken, il monte più alto dell’Harz per festeggiare in un’orgia pazzesca il loro Sabba. Guidati da un fuoco fatuo (anche nelle leggende Biellesi hanno parte, come si vedrà, i fuochi fatui), Faust e Mefistofele scalano in un labirinto di valli e di crepacci la roccia del monte spiritato fra le radici mostruosamente serpeggianti per l’arena e le acque precipitanti: sulle rupi corrono schiere di topi variopinti; fra i cespugli si snodano schifose salamandre, e gufi e allocchi gridano sugli alberi. Salgono a volo cori di streghe e di stregoni a cavallo di manichi di scope, di capre o di scrofe. Faust, che segue a stento Mefistofele in mezzo a quel pandemonio deve aggrapparsi ai panni di lui per non essere trascinato lontano.
Questi allora lo conduce in luogo più tranquillo, una specie di circolo sopra una spianata, dove, tra lunghe file di fuochi fatui si ciarla, si mangia, si beve, si suona, e si danza».

I sabba di streghe popolano la cultura popolare
I sabba di streghe popolano la cultura popolare

Altro luogo di convegno di streghe che mi richiama quello del Pian d’Irogna è il passo del Tonale, di cui scrive L. Cesarini Sforza, citando dal Mariani:
«… Dal monte di Cles mi richiamaria il monte Tonal per di là vaggheggiar un tratto di Gallia Cisalpina e notar il Passo che fa per le Valli Camonica e Tellina; ma perché ha fama questo monte di servire ad un gran numero di streghe e di negromanti per farvi lor diabolici tripudi e circoli non debbo hazardarmi di porvi piede».

Nel Pian d’lrogna, dunque, al tramonto, nell’ora “in cui piovon le rugiade sui fior dei prati e sui martirii umani” una teoria di donne il cui volto è celato da un velo nero, sale con un violino ed un archetto sotto il braccio, l’erta che da Buzzelle mette all’Olm e, infine, al pian d’Irogna. Queste donne, afferma la popolare credenza, sono masche che un dannato destino obbliga al sabato sera ad abbandonare quella parvenza umana nella quale hanno vissuto tutta la settimana. Giunte sul piano accendono un gran rogo, si dispongono torno a torno, accordano i loro violini e suonano e danzano, (qui riappare il tema delle metamorfosi).
«Alla prima danza conservano l’aspetto umano, ma nella seconda, deposti in un fascio i loro strumenti, si trasformano in gatti dalle iridi di fuoco e dal pelo irsuto: miagolano disperatamente, si azzuffano e si torcono in forme bizzarre; da gatti diventano capre che scorribandano fra i dirupi. Il ciclo evolutivo continua: si trasformano in bisce e così, di mutamento in mutamento, passano la notte, finché un gallo che esse hanno portato seco non preannuncia col suo canto l’aurora. Allora esse, riassunto aspetto umano, tornano alle loro case.

Le masche durante la settimana hanno forma umana affascinante, Sabba
Le masche durante la settimana hanno forma umana affascinante

A questo proposito i valligiani narrano una strana vicenda accaduta in tempi andati. Un giovane di quei paraggi si era innamorato di una sua conterranea. Era costei una giovinetta di singolare bellezza. Bianca e rosea al pari di quelle Madonne che Bernardino Lanino eternò colla sua arte come tipo della fanciulla valligiana, con le chiome bionde avvolte in molteplici giri di trecce attorno al capo, raggiava dalle larghe pupille azzurre, strano contrasto con il suo virgineo aspetto, uno sguardo di incomparabile strano ed insostenibile splendore, che donava a tratti al suo volto un riflesso di bellezza quasi satanica.
I compaesani l’ammiravano, ma nello stesso tempo diffidavano di lei e sconsigliavano il giovane alle nozze, poiché loro pareva ci fosse qualcosa di non ben chiaro nella vita della seducente fanciulla. lnvano: egli non ascoltò alcuno e la chiese in moglie. Essa accettò, ma pose una bizzarra condizione. Promise d’esser sposa fedele ed innamorata, ma al sabato sera esigeva, sino al domani, assoluta libertà. Il giovane si ribellò, dapprima, poi tentò dissentire: nulla. O si sottometteva o lei rifiutava. Non solo, ma accettando, egli doveva impegnarsi di non indagare sul suo segreto, altrimenti ne sarebbe derivata sventura: una cosa sola ella poteva dichiarare, ed era che nulla, nella misteriosa notte di assenza, avrebbe commesso contro il loro amore. Lo sposo, sedotto dalle grazie della bellissima, sebbene a malincuore, acconsenti. Giorni del più ardente amore seguirono, ma quel sabato sera gettava un’ombra sinistra sulla loro felicità. Lo sposo cominciò a diffidare, a tormentarsi, a soffrire. Lei gli appariva sempre più bella e desiderabile. Con tutto ciò volle veder chiaro nella faccenda e si mise a tempestarla di domande.
Poiché la moglie non dava spiegazioni, cominciò ad irritarsi: corsero cattive parole: la pace era finita o, per meglio dire, costituiva, fra le violente scenate, una breve tregua. Una volta l’uomo non resse. Sull’imbrunire, in un tardo autunno la segui. la vide salire l’erta di Buzzelle su verso l’Olm: la raggiunse al Pian d’lrogna. Acquattato dietro un masso vide tutto.
Tornò a casa prima di lei e l’attese, ròso dall’ angoscia, nella abbrividente mattinata autunnale. Come la vide: «Masca, le disse, Ora so chi sei e ti odio!».
Alla prima parola essa impallidì intensamente e diede un urlo: scoperta non poteva più vivere fra gli uomini: la finestra si spalancò e di colpo come per improvvisa raffica egli la vide sparire verso i monti, a cavallo di un bastone, ricoperta in breve dalle nubi grigio-violacee di quell’acerbo mattino.
Allora l’uomo si mise a singhiozzare e ad invocare, come Orfeo, il suo perduto bene.
I compaesani accorsi tentarono un inutile conforto: «Non ti accorare: ti ha fatto soffrire». «Mi ha fatto soffrire, si, ma io l’amo egualmente ed ora sempre la rimpiangerò. Non l’avessi mai conosciuta».

Quale stoltezza fu la mia! Non seppi
Che molto tardi, quando si dislega
Il sogno franti dell’amore i ceppi.
Che quella allettatrice era una strega
(Ma così bella e bionda)

Durante i sabba le masche assumono forma animale
Durante i sabba le masche assumono forma animale (Photo Credit)

Note dell’autrice:

Un pian delle masche esiste nei boschi in Rovella; un altro sta sopra «Cà ‘d Marchet» sopra Mosso; uno se ne trova presso S. Giovanni di Andorno. Anche la Bessa era un tempo infestata dalle masche che si davano convegno cogli stregoni nei pressi del castello di S. Giacomo.
ln Alto Adige, informa il sig. Bonatta di Bolzano, si crede che le streghe si radunino principalmente nei pressi di Col Fosco ove vi sono i laghetti di Champei e anche sul colle «Scotton». È questo un colle rotondo non molto alto che si alza in mezzo ad un piano. Anche lì si vedono ballare di notte le streghe, «ed il ballo farebbe un gran bello effetto sotto la luna purché la gente che vi balla fosse onesta».

Un uomo di Mosso S. Maria (Bozzo Quintino, fraz. Oretto), mi assicurò che un luogo di convegno delle masche fosse il «Pian dl’ erbo brusà (Piano dell’albero bruciato). A queste danze macabre prendevano parte, naturalmente, anche numerosi diavoli, e si dice (secondo il mio informatore) che, prima di iniziare la tregenda, procedessero all’appello per constatar se nessuno mancava: «j sùma tuti?» (Ci siamo tutti?). «Al manca ancura Supin-Supat» (nome di uno dei diavoli, manca ancora Zoppin Zoppetto).

Nel cortile dello Stabilimento ldroterapico del Santuario di Graglia, mi narrò P. Torrione, c’è un grosso masso erratico che si chiama «Ròc Bzirèiso» sulla cui sommità ora è stata costruita una ringhiera circolare. Attorno a questo masso si narra che ballassero la loro tregenda 18 masche; esse danzavano fino a che passasse qualche persona: se questa si fermava, o si lasciava toccare una mano, restava ammascata, e, divenuta a sua volta masca , elevava il numero totale a 19. Ciò era necessario per poter muovere la grossa pietra. Infatti, in versi il popolo diceva:

‘L Ròc Barèiso
Ai va disneuv masche
Perché lo pèiso.

(Alla roccia Bareiso — occorrono diciannove masche — perché la pesino).

(2) C. Camerana, Oropee. Torino, Streglio.
(3) Da Il Biellese. Milano, Vittorio Turati, 1898, pag. 211.
(4) «Volavano di notte a cavallo di un bastone, e poi si trasformavano in gatti per la tregenda notturna». G. Ferraris, Illustrazione Biellese, Aprile 1934. pag. 28.
(S) E. Sella, Il flaurodhrgenro. Biella, Tip. Amosso, 1930.

 

Virginia Majoli Faccio
“L’Incantesimo della Mezzanotte”
per gentile concessione di
Edizioni “Ieri e Oggi” Biella

Creature diaboliche frequentano i luoghi dei sabba
Creature diaboliche frequentano i luoghi dei sabba (Photo Credit)

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