Tra riti e incantesimi. Le Masche del biellese

Le masche del biellese
Le masche del biellese. Foto di Roberto Ramella Pezza

Di un magico soffio erano animate, come le altre, anche le selve biellesi.
Attorno alle masche e alle fate una infinità di esseri magici danzavano, il loro tragico sabba colle prime, il loro luminoso girotondo, tutto una fantasmagoria di veli, di fiori, di stelle, colle seconde.
Le selve erano, dunque, il principale luogo di lor sede. Di là accadeva che evadessero per altri siti e per più o meno lunghi soggiorni. Erano le Masche donne che per aver venduta l’anima al diavolo, e per aver commercio con esso, venivano dotate di potere soprannaturale, e perciò potevano fare al loro prossimo tutto il bene ed il male (facevano sempre il male) che volevano. Non era facile riconoscere in una donna la qualità di masca. Anticamente le persone superstiziose credevano che la facoltà di individuarle fosse riservata al sacerdote proprio nell’istante medesimo in cui, celebrando la messa, si volgeva a pronunciare l’Orate Fratres.

Se nella chiesa si fossero trovate delle masche, egli in quel momento avrebbe dovuto, per virtù divine, riconoscerle. Pericolose superstizioni. Anche nell’Alto Adige si pretendeva che solo il prete potesse riconoscere le streghe. Però i vecchi affermavano che, con un poco di pazienza, chiunque avrebbe potuto ravvisarle; per esempio quando si vedono delle donne dormire in chiesa durante gli Uffizi Divini, si può giurare che sono streghe. Innumerevoli sono i malefici che si attribuivano alle masche ( haimè quante povere disgraziate furono colpite innocenti , nei processi di stregoneria a cui si opponeva spesso la Chiesa!): di scatenare la grandine, di inquinare le acque, rubare i bambini, essiccare alle mucche il latte, farle impigliare col collo tra la catena e la mangiatoia sino a strozzarle, operare sulle persone ogni sorta di fatture.

Guai se esse possedevano qualche oggetto strettamente personale della creatura che volevano stregare: un fazzoletto, un nastro, una cravatta… Borbottando magiche formule, e con strani cabalistici segni su questi oggetti, decretavano la sventura che non tardava, secondo la credenza, a colpire il designato. Ho inteso dire da vecchie donne del contado di Cossato, e ciò risulta anche nei monti di Mosso, che i capelli che cadono dal capo si debbono bruciare nel fuoco si che non ne rimanga traccia; malaventura incoglierebbe ai loro proprietari se una ciocca cadesse nelle mani di una masca; essa la ridurrebbe in cenere poi la spargerebbe al vento coll’augurio che così possano essere disperse le ceneri della persona alla quale apparteneva.

Il paese delle streghe. Miagliano
Il paese delle streghe. Miagliano. Foto di Roberto Ramella Pezza

Le masche, si dice, usavano nel biellese accompagnare le loro fatture specialmente con una bizzarra parola magica “Oh! Santeterne” (che vuol dire? Mistero!). Si narra che fabbricassero prodigiosi filtri d’amore e di morte combinati colle erbe delle nostre alpi. Fu spesso questo un formidabile capo d’accusa nei processi alle streghe. Esaminati i filtri cosiddetti mortali, questi risultavano sovente innocui, non essendo che innocenti beveraggi ai quali si attribuivano sovrumani poteri. Ciò però non valeva a salvare quelle disgraziate ignoranti. Queste erbe si collegano, credo, alla medicina sacrale pagana. Nono molto complicati erano i filtri d’amore.

Ho saputo nella nostra regione che le masche suggerivano a chi voleva conquistarsi il cuore della persona amata, di pungersi un dito,  di farne sprizzare qualche goccia di sangue in un bicchiere di vino e darlo a bere all’interessato o all’interessata. Intesi dire nella mia infanzia in quel di Cossato, di un povero idiota che si aggirava da cantone a cantone (frazione) , e chiedeva l’elemosina. Era denominato “Gusto (Augusto) Patalan”, il soprannome gli era stato affibbiato perchè era tutto lacero (pate – stracci – di qui “Patalan” o straccione). Lo denominavano anche “Gusto d’ij set capèi” perchè portava sul capo, uno sopra l’altro, una fila di lerci cappelli. Or si diceva che costui fosse stato in gioventù un abile artigiano girovago, un lattoniere, e che un rivale del mestiere, per toglierselo di mezzo, gli avesse propinato, per suggerimento di una masca, un beveraggio incantato che aveva il potere di far divenire scemo chi lo beveva, un filtro formato di vino e unghie umane polverizzate.
Era possibile scongiurare le fatture delle masche? Era possibile, e non pochi sono gli esorcismi che riescono a neutralizzare, secondo la popolare credenza gli incantesimi. Le masche avevano il potere di scatenare la grandine. Quando questa minaccia s’annuncia nel cielo, la gente di Torrazzo, espone il tridente e la catena del focolare, e brucia sul fuoco nove chicchi di grano turco. Questa manifestazione, mi ha narrato M.Bionda, offre il suo riscontro nella valle dell’Ossola, ove si celebra un rito superstizioso e religioso, che ricorda una probabile origine pagana cristianizzata. Il giorno di San Giovanni la gente di quei paesi porta in chiesa dei fiori freschi che il parroco benedice. Indi li recano a casa e li serbano rinsecchiti. Alla prima minaccia di grandine le donne estraggono quei fiori, li depongono su poca brace sulla paletta del focolare e con questa in mano si recano all’aperto nell’aia, e mentre il fumo dei fiori benedetti si innalza al cielo temporalesco, mormorano una preghiera: “Santa Barbara e San Simon liberene dalla losna e dal tron” ( S.Barbara e S.Simone, liberaci dal fulmine e dal tuono) Le streghe non possono così aver più potere.

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Incantesimi e masche – foto Roberto Ramella Pezza

Axel Munthe narra che nella Scandinavia, sussiste una paurosa leggenda la quale vuole che nel fitto delle foreste viva una strega chiamata “Skogsra” la quale attrae con suadente voce il viandante e gli fa smarrire la strada. Singolare è questo raffronto fra la masca biellese e la strega scandinava. Ricordo un passo di Paolo Diacono nel quale si afferma che i barbari sono venuti dalla Scandinavia, paese delle miniere, ad invadere il sud dell’Europa. Qualche leggenda cantata dai loro poeti, può, se non è più antica, essere stata importata nel biellese e avere ancora oggi risonanze nei monti e nelle valli di questo estremo settentrione d’ Italia.

Virginia Majoli Faccio
“L’incantesimo della mezzanotte”
Edizioni IERI E OGGI – Biella

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