L’Uomo di Bele e la meravigliosa fanciulla

L'uomo selvatico, protagonista della storia dell'Uomo di Bele
L'uomo selvatico, protagonista della storia dell'Uomo di Bele

Accanto alle masche ed alle Fate, compaiono nel nostro folklore gli «uomini selvaggi”.
L’om salvèi (in dialetto locale) è figura mitica di primo piano anche nel quadro delle manifestazioni leggendarie di altre regioni d’ Italia e di altre Nazioni.
Scrive infatti Ferdinando Neri: “Questo spirito delle selve ritorna in ogni mitologia e più frequente dove più immediato è il carattere naturalistico.

Nei culti romani è la serie dei silvani, fauni, fatui, innui, deità dell’incubo… una grande famiglia della mitologia germanica è costituita dagli spiriti della natura verdeggiante, del muschio, del legno, delle grandi selve.
Nel medioevo cristiano queste deità seguono la sorte comune e si demonizzano con i «pilosi» e i «fauni ficari» della vulgata e il diavolo stesso si fa loro incontro a vestirne le forme.

L'Om Salvei nelle illustrazioni folkloristiche, l'uomo di Bele
L’Om Salvei nelle illustrazioni folkloristiche

L’uomo di Bele

Nelle Alpi abbiamo i Salvan, salvàdeg e nel Biellese i sarvài o salvèi.
Questa leggenda di schietto sapore silvano l’appresi a Rosazza, ed essa è rimasta associata al colore dell’ora nella quale mi fu narrata.
Il cielo aveva l’azzurro nitido e pur delicato di certe ceramiche di Albissola; la menta, il timo, l’erica e tutta la infinita flora alpina, impregnava l’aria di acuti profumi; il vento proveniente dai monti, e che soffia, volta a volta, violento, o spira come brezza leggera, appena moveva le fronde dei castagni e delle annose querce: il tutto formava uno sfondo, un insieme, una essenza, una armoniosità di suadente pastorale. Se avessi potuto dare un nome a quell’ora di obliosa georgica serenità, l’avrei chiamata: beatitudine!

La valligiana che narrava era vecchia, rude, forte; la diuturna fatica non aveva piegato il suo corpo alto e vigoroso; aveva il volto scarno e riarso da tutto il vento e da tutto il sole dei suoi monti. Narrava con atteggiamento quasi ieratico, parca di gesti, e con linguaggio rozzo, ma fiorito ed efficace.

Sopra S. Giovanni di Andorno vi è una località chiamata «Bele»; si dice dunque che 500 anni or sono vivesse lassù in una tenebrosa caverna, alla maniera dei trogloditi, un uomo selvaggio. Donde e come fosse giunto nessuno lo sapeva; a molti piaceva immaginarlo pari ad un mostro favoloso, scaturito dalla furia degli elementi in una notte di bufera. Mostro, del resto, non temibile malgrado il suo orrido aspetto, anzi in certo qual modo benefico, che, mi disse la donna, da lui molto hanno appreso in quel tempo le valligiane. Pare anche che l’uomo di Bele non sdegnasse il consorzio umano. Egli era solito scendere parecchie volte alla settimana sino al pian dei Bussetti presso Rosazza, accolto sempre festosamente dal «gaietto sciame femminil» al quale, dice la leggenda, insegnava molte nozioni di indole casalinga (dove mai le avrà egli apprese?), come la maniera di fare il burro, i formaggi, e le miasse specie di saporite schiacciate, ancor oggi caratteristiche nella Valle. Stava un poco fra di loro, e gradiva, in compenso dei suoi insegnamenti, una scodella di latte o una coppa di vino, un pugnello di farina, un pezzo di lardo o di formaggio, e talora qualche pelle di montone o qualche metro di rude saglia che doveva servire al suo sommario abbigliamento.

L'uomo selvatico negli affreschi delle case nobiliari del territorio, l'uomo di Bele
L’uomo selvatico negli affreschi delle case nobiliari del territorio

Egli era orrido, piccolo, magro e pur poderoso, con una grossa testa faunesca coperta da una folta ed ispida capigliatura.
Accadde che l’uomo selvaggio, il quale sembrava per la sua repellente deformità maledetto da Dio, posasse il suo viscido sguardo sopra la più bella creatura che vivesse allora in quei paraggi, forse l’unica bella, si che pareva, per la grazia vigorosa di giovane arbusto, unita ad una delicatezza di fiore, appartenere ad un’altra stirpe, a quella certo delle ninfe e delle fate. L’uomo di Bele ne rimase colpito, poiché la bellezza femminile ha sempre esercitato il suo fascino anche sugli esseri più selvaggi e primitivi, sin dai preistorici tempi in cui fra uomo e donna i rapporti non erano regolati altro che dalle leggi sprigionantesi dalle cieche profondità dell’istinto.

In un pomeriggio d’estate scendeva dunque a valle la meravigliosa fanciulla, recando sulle spalle un odoroso fascio d’erba dell’alpe. L’uomo di Bele, che stava in agguato, sbucò d’improvviso da una siepe e afferrata la giovinetta che terrorizzata lasciò cadere il carico lanciando un urlo, si diede con essa alla fuga su per gli impervi sentieri del monte. Una vecchierella, che impotente aveva assistito alla scena, tornata in paese diede l’allarme. Subito si misero in moto quattro giovani capitanati dal fidanzato della rapita. Quasi due giorni e due notti impiegarono prima di trovare il preciso luogo ove il mostro aveva il suo Covo. I quattro gagliardi erano saliti al monte armati di picozze, archibugi e solidi pugnali da caccia. Tale apparato guerresco era ritenuto necessario, ben sapendo che forse all’improvviso da uno di quegli alti tronchi di castagno o di quercia, l’uomo selvaggio poteva essere in agguato e slanciarsi con agilità scimmiesca sopra uno di loro e stringergli il collo nelle mani villose e forti, e stritolargli il torace fra le sue poderose ginocchia.

Ma nulla accadde di tutto ciò e l’impresa fu portata a compimento senza colpo ferire. A metà della seconda notte scoprirono la caverna. In essa l’uomo di Bele dormiva il suo profondo sonno beluino, e poco distante da lui, su un mucchio di strame e di foglie secche, singhiozzava e gemeva la meravigliosa fanciulla. La luce di una torcia la percosse in viso; ella fu per gridare, ma subito ammutolì raggiante di gioia insperata, la medesima luce aveva illuminato un viso noto e caro. II fidanzato le fece cenno di seguirlo, ed ella obbedì. Egli la baciò e la sollevò fra le braccia, e così insieme, e precedendo i suoi fidi compagni, di rupe in rupe, di balza in balza, di sentiero in sentiero, se ne tornò in paese, sotto il notturno cielo estivo che era tutto una sinfonia stellare, recando il suo prezioso e soave fardello.

L’uomo di Bele, cui era stata risparmiata la vita in grazia di una superstizione per la quale si credeva che chi lo avesse ucciso senza esserne assalito avrebbe attirato su di sè ogni sorta di sventura, si offese assai che la bella preda gli fosse stata ritolta e giurò che mai più avrebbe messo piede al Pian dei Bussetti «E così — concluse la valligiana che mi aveva narrata la leggenda — coloro che hanno avuto la peggio in tutto questo, sono state le donne della Valle, che egli non insegnò loro più nulla. In caso contrario, chissà quanto avrebbero ancora imparato e, per conseguenza anche noi avremmo saputo dall’om salvèi, il quale dopo tutto, era un grande sapiente.

Bassorilievo raffigurante l'uomo selvatico, l'uomo di Bele
Bassorilievo raffigurante l’uomo selvatico

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